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Mamme Cocker

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Ora  che è estate, la si incontra ogni due per tre. È la donna che ha sempre appena perso qualcosa, un cellulare, un mazzo di chiavi, un bambino. Dopo poco lo ritrova, nel frattempo si è agitata moltissimo.

Il telefonino non sarà mai  bloccato dalla proprietaria, e chiamerà persone a caso nella rubrica mentre sta in borsa; il portachiavi sarà imbarazzante, con il pupazzetto del momento,  dono dell’erede; l’erede stesso sarà impataccato.

Dopo lo spavento della mamma avrà estorto un gelato. Dopo averlo mangiato  sembrerà Pig Pen dei Peanuts. Dopo un’ora che è sporchissimo, la mamma fino a quel momento incurante avrà un’improvvisa crisi di nervi. E tutti, padre del bambino, bambino e passanti, penseranno «questa è isterica» .

Non è — non è solo — isterica, questa donna così simile a milioni di altre in case, strade e spiagge italiane. Non è— non è per niente, anche se si chiede quanto stia sbagliando— una Mamma Tigre; la madre esigente fino al sadismo che il libro della giurista cinese-americana Amy Chua (uscito in Italia da Sperling &Kupfer) ha reso oggetto di riflessione obbligatoria questa primavera. No, è una madre sgangheratamente affettuosa, simpaticamente o pateticamente impulsiva, creativamente pasticciona. Se si vuol cercare un paragone animale, è una Mamma Cocker.

La definizione è stata coniata da un panel di madri sciaguratissime, con figli ormai adolescenti e quindi fuori tempo massimo per seguire le indicazioni di Amy Chua (niente giochi a casa degli amichetti perché bisogna studiare, in castigo nell’angolo in caso di rifiuto degli esercizi di violino, voti altissimi o sono guai; eccetera). Le madri suddette si auto giustificavano: saremo state delle pappamolle, dicevano, abbiamo ceduto per pigrizia e urlato fuori tempo massimo per esasperazione; ma abbiamo sempre fornito grandi quantità d’incoraggiamento e  affetto. «Proprio come Maggie» , ha detto una delle sventurate, osservando la maleducatissima cocker dell’autrice di questo articolo e di sua figlia. Maggie stava saltando sul divano, dispensando e pretendendo, anche lei, affetto. Era appena rientrata da una passeggiata durante la quale aveva abbaiato e provocato la caduta di un anziano ministro di Dio il cui odore non le piaceva. Si guardava intorno con aria tenera e cialtrona. Le madri del panel si sono identificate. Non in quanto animali da salotto. In quanto cani femmina metropolitani ma pur sempre da riporto.

Apparentemente viziate, in realtà sempre attive. Con una filosofia semplice e pragmatica: bisogna fare tutto e male. La mamma male, la lavoratrice male, la moglie male, l’amica male, l’amante male.  Alla fine, confidano, andrà abbastanza bene. Al netto dei sensi di colpa grazie ai quali si giudicano malissimo. E fanno male. Perché loro, le Mamme Cocker, sono il gruppo sociale attualmente più versatile, operoso, interdisciplinare; con le maggiori capacità di organizzazione (improbabile), problem solving (raffazzonato), crisis management (comprensivo delle solite urla). Perciò non andrebbero criticate, andrebbero valorizzate. Anzi, al solito, dovrebbero valorizzarsi da sole. Come ultime re-interpreti del genio italico,  ricche di idee originali (dettate dalla disperazione), maestre nell’arte di arrangiarsi (idem). Senza sentirsi in dovere di copiare modelli  genitoriali asiatici, che richiedono un dover essere per noi impraticabile (dovremmo diventare disciplinati noi, prima di imporci) e non sono riproducibili.

I bambini italiani non sono abbastanza numerosi da diventare una massa competitiva sul mercato mondiale, le scuole italiane sono malandate, la meritocrazia italiana è quasi sempre un ossimoro. E una mamma italiana, cocker o  non cocker, non riuscirebbe mai, come racconta Amy Chua, a rifiutare un biglietto d’auguri fatto con le sue manine dalla figlia all’asilo perché non abbastanza accurato (casomai biasimerebbe la maestra; è un difetto di molte, cocker e non cocker). Per cui, meglio puntare sui difetti cockereschi; trasformandoli in qualità. Però dopo l’estate (non siamo tigri asiatiche). Nel frattempo, meglio godersi i figli, improbabili anche loro, pochissimo rispettosi, che neanche a tre anni si farebbero mettere nell’angolo (proprio questo insegnano le madri non pessime che vivono nelle democrazie occidentali, il diritto di grandi e piccini a non farsi umiliare, altrimenti detto dignità).

(4 Luglio 2011)

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