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Parlare ai Bambini del Male

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Dal delitto di Yara Gambirasio alla morte dei bambini lasciati soli in auto: come raccontare l’orrore ai nostri figli?

Gli episodi si moltiplicano e, senza fare di tutt’erba un fascio e dando una dimensione giusta al fenomeno, dobbiamo dare ai nostri ragazzi rassicurazione e speranza.

Per quanto sia scorretto fare di tutt’erba un fascio mettendo insieme abusi deliberati e altri che tali probabilmente non sono, come i recenti casi della morte di bambini lasciati soli in auto, gli episodi si moltiplicano e spiegano l’allarme nell’opinione pubblica. Queste notizie non sfuggono all’attenzione dei bambini che ne sentono parlare in casa e a scuola, vogliono essere rassicurati e pongono domande.

Il problema non si risolve non rispondendo o prendendosela con i mezzi di informazione che darebbero troppo spazio alla cronaca nera. Le notizie vanno invece date ma, a evitare il diffondersi di un allarme controproducente, dovrebbero essere accompagnate da suggerimenti diretti alle famiglie e alla scuola affinché, su richiesta dei bambini, l’argomento non venga evitato.

Ci si chiede spesso «cosa dire» ma dovremmo invece riflettere sull’importanza del «come» certi argomenti sono affrontati. Se noi adulti siamo spaventati, angosciati e allarmati, se non diamo una dimensione giusta al fenomeno, se scarichiamo le nostre paure su questo o quel capro espiatorio, non potremo in alcun modo dare ai bambini quello di cui hanno bisogno: rassicurazione e speranza.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott sosteneva a ragione che il bambino non esiste, nel senso che non si dà alcun bambino se non in relazione con altri esseri umani e con un ambiente che sia accogliente. Winnicott aveva studiato il comportamento dei piccoli inglesi costretti a sfollare dalle città per sfuggire ai bombardamenti nel corso della seconda Guerra Mondiale. Le loro reazioni variavano di molto a seconda se i familiari che li accompagnavano, la madre o altri adulti a loro  cari, si mostravano spaventati o relativamente tranquilli. Più un bimbo è piccolo e più le sue reazioni dipendono da quelle delle persone alle quali sono legati. I bambini sono particolarmente sensibili alle emozioni dei genitori, dei familiari, delle maestre e spesso reagiscono agli avvenimenti in sintonia con le figure significative della loro vita.

È proprio questa eccessiva preoccupazione che dovremmo cercare di contenere nel momento in cui parliamo  con i bimbi di ciò che è successo e succede a tanti loro coetanei nel mondo. Lo faremo, usando termini adeguati e comprensibili all’età, nella certezza che sia di gran lunga meglio sapere come va il mondo e come va affrontato piuttosto che restare senza risposte convincenti e soli con le nostre angosce. Ogni nostra comunicazione deve lasciare spazio alla speranza e al cambiamento ma questo non sarà possibile se noi stessi non troviamo motivi di speranza. Non permettiamo a noi e ai nostri figli di costruirci una visione del mondo catastrofica sulla base di certi orribili fatti di cronaca: non è giusto e non è vero. Basta guardarsi intorno per vedere che l’amore, l’affetto, la cura, la dedizione degli adulti sono diffusi e che non c’è ragione di pensare che stiano scomparendo dal mondo. I bambini hanno bisogno di rassicurazioni ma anche di essere aiutati a capire cosa succede. Quindi consideriamo una fortuna il fatto che ci pongano domande, che cerchino spiegazioni, che parlino dunque liberamente di ciò che accade dando così spazio anche alle emozioni e alla possibilità di empatizzare con le vittime e con le loro famiglie.

Una quota di ansia è normale in ogni età e in particolare nell’infanzia e nell’adolescenza, ma sappiamo bene che molti pericoli sono enfatizzati e spettacolarizzati al punto da convincerci di vivere in un mondo ostile e di renderci fragili, incerti e paurosi. Senza minimizzare i pericoli reali, dunque, aiutiamo noi stessi e i nostri figli ad essere vigili e reattivi e a non rinunciare a dare il nostro contributo a un mondo che non è certamente soltanto nemico.

(9 Giugno 2011)

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