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Reggio Emilia, Isola Felice dei Bimbi

images5.jpgL’isola felice c’è e ha gli orizzonti lunghi della Pianura Padana. Reggio Emilia, grazie ai suoi 82 servizi educativi nella fascia 0-5 anni, riesce a tenere leggere le liste dei bimbi in attesa di una sistemazione al nido o alla scuola d’infanzia.

«Con le ultime due aperture resta una decina di bimbi da tre a cinque anni in attesa e quasi nessuno nella fascia dagli zero ai tre anni», dice Iuna Sassi, assessore alla Scuola, università e giovani del Comune emiliano.

C’è soddisfazione nelle sue parole ma nessun entusiasmo vano: per tradizione qui il mondo ruota attorno ai più piccoli, tanto che Reggio Emilia aprì la prima scuola per l’infanzia nel 1963 e il primo nido nel 1971. Oggi le strutture sono 82, gestite da Comune, Stato, cooperative in convenzione e dalla Federazione scuole materne cattoliche.

Tradizione e sensibilità e un impegno importante: nel bilancio del Comune per il settore sono destinati 22 milioni di euro (pari al 15% del totale dei conti dell’ente), ai quali vanno aggiunti 5 milioni provenienti dalle rette e 1,6 milioni da altri enti.
Dal 2003 è l’Istituzione nidi e scuole dell’infanzia a gestire, per conto del Comune, le strutture e, nei nidi, le undici fasce di rette variano da 66 a 491 euro, mentre, nelle scuole dell’infanzia, le fasce sono sette. «Così, in città, su un totale di 9.600 bambini ben il 67% frequenta le strutture (e il 41% dei bimbi va al nido) ma – sottolinea l’assessore – negli ultimi anni si è abbassa dal 95% al 90% la popolazione infantile che frequenta le scuole dell’infanzia».

Proprio su questo punto si va concentrando l’attenzione degli addetti ai lavori: il 55% dei bambini stranieri e il 45% di quelli italiani non chiede di entrare nelle scuole dell’infanzia. Perché? «Le ragioni – continua Sassi – sono molteplici: i bimbi immigrati vengono da culture non abituate alla scolarizzazione, quelli italiani sono magari figli di coppie in cui la mamma non lavora, ma non dobbiamo dimenticare problemi di costi». Pertanto, si stanno sperimentando aperture pomeridiane, spazi incontro, servizi innovativi per le nuove famiglie e attività di confronto per coinvolgere queste fasce di bambini.

Intanto, anche il modello pedagogico delle strutture reggiane, tutte dotate di atelier, veri e propri luoghi del fare per pensare, dove i bimbi colorano, modellanola crete, costruiscono le loro idee, varia al mutare del mondo. Carla Rinaldi, quarant’anni di esperienza come pedagosita e presidente di Reggio children, ha una voce fresca e pacifica: «I bambini sono uguali e diversi rispetto a quando iniziammo: oggi i problemi sono diversi e servono nuove competenze. Ad esempio, stiamo lavorando con un’istituzione svedese a una ricerca sul bilinguismo e sull’intergrazione delle famiglie immigrate proprio attraverso i bambini».

Ma da sempre forse il tema più affascinante è quello della conoscenza: in quest’ambito Reggio Emilia studia da anni con Harvard: «C’è un momento magico nella crescita di ogni individuo ed è quello in cui dice “secondo me”. È il momento in cui avviene lo scambio e la percezione dell’altro, è il momento in cui ognuno arricchisce il gruppo e si arricchisce grazie al gruppo.

In un mondo sempre più globale, dove le relazioni sono alla base di tutto, il nostro compito è quello non solo di trasmettere ma sopratutto di scatenare domande, curiosità». Perché l’importante è imparare quel che non si sa e insegnare quel che non si sa.

(24 Maggio 2009)

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