Ufficio Genitori Smarriti

E’ dal 2001 che la legge sulle adozioni è stata modificata per permettere ai figli di risalire, se possibile, alle proprie origini.

Il Tribunale di Torino ha aperto un ufficio apposta, che vaglia con prudenza le domande e, poi dà o non dà il permesso. L’ufficio dei genitori smarriti è in corso Unione Sovietica, al pian terreno del Tribunale per i Minori: basta aver compiuto 25 anni e presentare una domanda in carta semplice, chiedendo  di accedere al
proprio fascicolo personale. “Nella vita di ogni figlio adottivo c’è un momento nel quale si affacciano delle domande. E’ naturale, è giusto, e non necessariamente significa che l’adozione non ha funzionato”, spiega John Campitelli, ingegnere italo-americano nato a Torino che nel 1991 si rivolse a “Repubblica” per rintracciare la madre, una ragazza del Sud mandata a partorire lontano da casa.

Non esisteva ancora, in quegli anni, la legge che ora consente di accedere alla propria storia attraverso un ufficio del Tribunale (introdotta nel 2001), cercare i genitori biologici era come sparare nel mucchio: giornali, annunci, e solo in seguito anche la rete, che ora ha messo a disposizione siti specializzati. John ebbe fortuna, e quando scese all’aeroporto di Brindisi trovò ad attenderlo Francesca Mancini, una piccola signora bruna che gli somigliava straordinariamente e che nel frattempo si era costruita una famiglia e aveva avuto altri cinque figli. Ora John vive e lavora a Milano, e ha mantenuto rapporti con entrambe le sue “case”, quella ‘di nascita’, come i figli adottivi preferiscono chiamarla, e quella adottiva.

Molti invece non trovano nessuno ad aspettarli, non hanno né foto né indizi per sapere che faccia aveva la donna che li ha partoriti. “Sapevo già di essere figlia di ignoti, per me la nuova norma di dieci anni fa non ha cambiato nulla  –  dice Monica Rossi, nata a Cuneo nel 1974 ed ora mamma di due bambini, tra i fondatori del Faegn (l’associazione che riunisce chi cerca le proprie origini)  –  Ma in Tribunale ci sono andata lo stesso, perché è giusto che si sappia che la domanda resta”.

Quando la legge sulle adozioni del 1967 venne modificata per consentire l’accesso alla storia di ciascuno, furono in molti a storcere il naso. Il timore era quello di un ricorso massiccio e indiscriminato alle ricerche, di un’intrusione inammissibile nella vita di chi, molti anni prima, non aveva potuto riconoscere e allevare un figlio. Non è andata così: in corso Unione Sovietica, come grosso modo nel resto dei Tribunali per i minori italiani, arrivano 20, 25 domande all’anno. I rigorosi giudici torinesi si sono anche dotati di un “manuale di
istruzioni per l’uso”, che ora è nelle mani del presidente Fulvio Villa. Chi fa richiesta viene ricevuto e ascoltato, si cerca di comprendere a fondo le sue motivazioni. E soltanto in seguito si verifica se è possibile o meno risalire al nome della madre.

Sono storie di un’Italia di cinquant’anni fa, che non esiste più, e che nessuno rimpiange: ragazze siciliane, pugliesi, calabresi, cacciate dalla famiglia o quanto meno allontanate per nascondere la “colpa” di un figlio fuori dal matrimonio. I bambini nascevano all’ospedale Sant’Anna, come oggi, ma nel giro di quattro giorni erano già affidati alla cura di religiose e allontanati dalla madre. Qualcuna tornava a cercarli nella grande villa di corso Lanza, 300 culle una in fila all’altra, per anni il più grande orfanotrofio della città. E trovava
persone di buon cuore, come Marina Foglizzo, disposte a conservare una foto, a sfogliare registri.

Di molte altre si son perse le tracce: “Il diritto della donna a non essere nominata è inviolabile, così come la
parità sostanziale e formale tra figli adottati e biologici. Non esistono genitori veri e altri che non lo sono”, dice Frida Tonizzo dell’Anfaa, l’associazione delle famiglie adottive, a lungo contraria alla norma che consente di cercare il proprio passato.

“Non sapere da dove si arriva è un ‘buco nerò che, se non lo affronti, ti segna per sempre”, ribatte Giusi Cibrario, che scoprì per caso, da un’altra bimba, di essere stata adottata. E nuove motivazioni si affacciano:
“Stiamo seguendo il caso di una giovane donna che cerca la madre biologica perché vuole essere certa di non avere malattie genetiche prima di avere figli a sua volta”, dice Antonio Dionisio, tra i più noti familiaristi torinesi. “E’ giusto il rigore del Tribunale, ma occorre una soluzione che tenga conto sia del diritto della madre a non essere nominata sia di quello del figlio biologico a sapere”. E tra chi è arrivato a bussare in corso Unione Sovietica c’è anche chi, come Janet, era alla ricerca di un fratello per tentare il trapianto e
guarire dalla leucemia: oggi l’Italia è il secondo paese al mondo per numero di adozioni, ma negli anni Sessanta furono quasi 4.000 i bambini nati qui e accolti da nuovi genitori americani o canadesi.

All’ufficio dei genitori perduti, quando si può, i ‘genitori di nascità vengono rintracciati: “Chiediamo prima a loro se accettano l’incontro, e solo in questo caso forniamo i dati a chi ha fatto richiesta”. Pochi, uno su dieci, rispondono di no. Ma molti altri restano “ignoti”. E quella parola nel fascicolo è un muro impossibile da abbattere.

(10 Agosto 2011)

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