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Un bebè su 3 nasce a comando

Forse si può dire: partorire in Italia è un azzardo, un terno al lotto.

Le donne se ne rendono conto quando dalla tranquilla e ovattata atmosfera dello studio di un ginecologo/a privati vengono spedite nel vasto e terribile mondo della sanità pubblica.

Vorrebbero portarsi dietro i medici come coperte di Linus, come talismano contro le mille incertezze di un ospedale spesso sconosciuto, e invece non è possibile a meno che non si decida di pagare per il parto, meglio ancora se si programma la nascita.

E’ anche per questo motivo che in Italia i cesarei sono fuori controllo da anni, le nascite per via chirurgica sono un record che resiste. Viaggiano su una quota di quasi 200 mila l’anno nonostante le denunce, lo scandalo di una situazione che lascia intuire scorrettezze, scorciatoie e interessi privati in gioco. I dati li ha forniti lo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio: «La media Ocse accettabile di cesarei – ha ricordato il ministro – è di non oltre il 25%. In Italia siamo a una media del 38% ma in regioni come Lombardia, Toscana, Veneto e Emilia Romagna è sotto il 30%, mentre nel 2009 la Sicilia era al 52% e la Campania oltre il 60%».

Cifre decisamente troppo elevate: in Sicilia un bambino su due nasce con il bisturi, a dispetto dei provvedimenti presi per equiparare i costi tra cesareo e naturale. In Italia dal 38,3% del 2008 si è passati al 38,4% e in tutte le regioni del Sud 4 bambini su 10 nascono chirurgicamente. Eppure costa il doppio, quasi 6 mila euro, arrivando a rappresentare una delle voci più elevate degli interventi nella sanità privata.

Qualcosa non funziona nel sistema, insomma, e l’Istituto Superiore di Sanità sta provando da mesi a emanare le nuove linee guida che dovrebbero sostituire quelle in vigore che risalgono a dieci anni fa, quando il ministero era guidato da Rosy Bindi. Saranno pronte entro dicembre promette chi ci sta lavorando e di sicuro non ci si arriverà facilmente. I problemi da risolvere sono molti, le soluzioni non facili. Si sta pensando ad esempio di eliminare la terza ecografia, per dare la possibilità di farla davvero a chi ne ha bisogno, le donne con gravidanze a rischio.

Mentre gli esperti discutono, le Regioni hanno adottato i loro piani e le strutture dovrebbero avere protocolli interni da seguire. Ma il sistema non funziona comunque. «Le pazienti in gravidanza – denuncia Davide Faraone, deputato regionale siciliano del Pd – spesso sono ostaggio psicologico di questi medici che utilizzano le sale parto dei nosocomi, a volte fuori turno con la copertura dei colleghi compiacenti – tanto prima o poi toccherà anche a lui chiedere il favore – per tagli cesarei retribuiti in modo “mascherato”, se non addirittura in nero».

Secondo Giorgio Vittori, presidente della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia a far straripare il numero dei cesarei nel Belpaese sono anche questioni organizzative e medico-legali». Unità di ginecologia «mai a ranghi completi ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette». E quindi è vero che «la donna teme di trovarsi a partorire nel fine settimana» e di capitare in «un turno sguarnito», come denuncia Vittori. Ma è anche vero che il medico teme di rovinarsi il week-end.

Come spiega ancora più chiaramente Lisa Canitano, ginecologa, presidente dell’associazione Vita di Donna: «A volte le donne affidano completamente le loro sorti nelle mani del medico di fiducia, e pensano di poter fare tutto con lui ma la gravidanza e il parto richiedono una complessità che un ginecologo da solo non può garantire, bisognerebbe capire che si dovrebbe scegliere una struttura non un medico in particolare. Invece si sceglie il singolo professionista che entra in agitazione perché sa di rischiare un’azione penale nel caso in cui non andasse bene qualcosa e allora si sceglie la strada meno rischiosa».

«Non ho mai praticato un cesareo solo perché mi veniva chiesto da una paziente per motivi personali», racconta Bruno Mozzanega, presidente di Scienza&Vita di Venezia e una lunga attività alla clinica ginecologica dell’università di Padova. «Me l’hanno chiesto, è vero, per motivi spesso futili. Ho rifiutato. Che cosa è successo? Che qualcun altro ha praticato il cesareo al posto mio».

(31 Agosto 2010)

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