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Amare il proprio bambino

Che si debbano amare i bambini sembrerebbe (o almeno dovrebbe essere) scontato, che si debbano amare anche per garantire loro un corretto sviluppo del cervello, forse, lo è un po’ meno.

Il nesso tra costruzione della corteccia cerebrale e affettività lo spiega Enzo Soresi, medico, studioso di Neuroscienze, autore de “Il cervello anarchico” (Utet) e vice presidente di Octopusbrain, associazione per la prevenzione del disagio giovanile.

“Non tutti sanno che il nostro encefalo non nasce bell’e fatto. Tutt’altro. È una macchina in continua evoluzione, che non smette mai di modificarsi. Per cui è fondamentale che i genitori si rendano conto dell’enorme potenziale che hanno tra le loro mani: il cervello di un bambino si forma tramite ciò che gli trasmettono gli adulti. Numerosi studi in campo neurologico hanno, infatti, dimostrato quanto il cervello si modifichi in relazione agli eventi esterni e quanto ciò sia particolarmente importante nei primissimi periodi di vita, inclusa quella intrauterina.

Le nuove scoperte della neurobiologia hanno nettamente ridimensionato il peso del patrimonio genetico, che rimane la base dello sviluppo biologico, ma non è il solo a condizionarlo. È vero che i geni sono uguali in tutte le cellule, ma ogni cellula ha una storia individuale diversa che dipende dall’ambiente che è in continuo divenire e che crea, quindi, nuovi percorsi imprevedibili. Quindi se il cervello di ogni uomo è, a grandi linee, simile a quello di un’altra persona, ha al suo interno connessioni specifiche, individuali, che dipendono dalla storia di ogni singolo neurone. Così il tubo neurale, che si forma a partire dalla IV settimana di vita fetale, è il primo abbozzo di un sistema nervoso che si svilupperà anche grazie all’interazione con l’ambiente circostante. Le caratteristiche delle cellule non dipendono, insomma, solo dal DNA.

E allora, concretamente, un genitore per contribuire allo sviluppo armonico del cervello del proprio bambino semplicemente basta che si abitui ad amarlo, quel bimbo, fin da quando lo si ha in grembo. Si può comunicare con lui da subito per continuare ad accarezzarlo quando sarà un neonato o un bimbo. La carezza, infatti, attiva una risposta biologica. I tessuti nervosi si nutrono di carezze. I gesti, le parole, l’intonazione della voce vengono percepiti dal bambino che è in grado di memorizzarli. Questo è il patrimonio affettivo che influenzerà il suo set genetico. Siamo, quindi, noi adulti che, inconsapevolmente, manipoliamo lo sviluppo cerebrale di nostro figlio.

(15 Novembre 2011)

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