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Spagna, i bambini rubati

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A 59 anni, Mabel è una bambina di 2. Una bambina rubata. Ne aveva 57 quando scoprì ciò che sospettava fin da piccola. La mamma non era la sua mamma. Il papà, un militare franchista mutilato nella battaglia dell’Ebro, non era il suo papà. Sì, l’avevano allevata e amata come una figlia, la loro unica figlia. E lei continuerebbe a considerarsi tale, se le avessero detto in tempo la verità, o almeno una parte della verità. La più confessabile.

Adesso è troppo tardi. Sono morti entrambi: non possono più spiegarle le ragioni dell’inganno che il test del Dna ha appena smascherato. Le rimangono soltanto domande senza risposta e una foto, la foto della menzogna: i suoi giovani, felici genitori con in braccio un neonato. Che non è Mabel. Chi ci pensava, allora, che una goccia di saliva sarebbe bastata, 60 anni dopo, a smentire ineccepibili certificati di nascita, bollati e protocollati?

Il 10 marzo del 1952, giorno in cui Mabel Escuer probabilmente fu messa al mondo, quasi certamente a Madrid, ma di sicuro da una donna diversa da quella che ha chiamato mamma fino alla morte, la Spagna era da 13 anni sotto il tallone di Francisco Franco. Le carceri erano ancora piene di prigionieri politici; e tra il 1944 e il 1954, secondo le indagini condotte nel 2008 sui crimini della dittatura dall’ormai ex giudice della Audiencia Nacional Baltasar Garzón, la popolazione negli orfanotrofi era passata da 12.042 bambini a 30.960. I genitori erano morti, scomparsi, deportati o detenuti. Spettava allo Stato, o più spesso alla Chiesa, trovare per loro famiglie moralmente e politicamente adeguate, avendo cura di cancellare ogni legame con le loro origini.

Oltre mezzo secolo più tardi, la Spagna scopre, con angosciato ma relativo stupore, che questa pratica è andata avanti per tutti gli anni 60, 70, 80, ben dopo la morte di Franco, l’inizio della transizione verso la democrazia e la promulgazione di una legge statale sull’adozione, nel 1987. È andata avanti ancora negli anni 90, sporadicamente, e forse addirittura fino a un paio di anni fa. Sempre meno per ragioni politiche e morali, sempre più per denaro: e i bambini dovevano essere ancora in fasce. Statistiche meno attendibili di quelle giudiziarie ipotizzano che 300 mila bebè siano stati sottratti alle madri biologiche. Ricorrono nomi di ginecologi, monache e funzionari implicati nei casi che continuano a emergere: 160 già in mano alla magistratura su 850 denunce presentate.

Il settimanale Interviù ha ritrovato nel suo archivio la foto di un ripostiglio della clinica San Ramon di Madrid con il cadavere di una neonata, che si suppone venisse mostrata alla puerpera di turno, per convincerla che la sua era morta davvero. L’immagine fu pubblicata nel 1982, senza conseguenze. Esattamente 30 anni prima, sospetta Mabel, anche lei fu creduta morta da una donna che uscì dalla Maternità O’ Donnell di Madrid senza la sua bambina.

«Per me era stato deciso un destino diverso — racconta — ero la bimba di ricambio per una coppia, i miei genitori ufficiali, che ne avevano comprata un’altra, dopo che la loro era improvvisamente deceduta la settimana prima. Come si sostituisce un capo difettoso ai grandi magazzini» . Peggio di quanto potesse immaginare: «A 14 anni trovai questa foto — mostra i suoi genitori, all’uscita di una chiesa, raggianti con il loro bebè in braccio —. “Chi è?”, chiesi a mia madre. “Tu, chi altri?”, mi rispose. Fu il suo errore» . Dietro la foto c’era un timbro, «Foto F. Minguez, calle Hermanos del Moral 3, Madrid» e una data, «28 settembre 1951» . Mabel rintracciò il fotografo, che escluse di aver sbagliato anno: «Eppure io quel giorno non ero ancora nata» . Non bastò a far cambiare verità a sua madre, morta 25 anni fa continuando a sostenere di averla partorita lei.

Mabel chiese un certificato di nascita integrale e si tranquillizzò: risultava legittima. — si sposò, mise al mondo due figlie, si trasferì in Cile e, due anni fa, guardando alla tivù un servizio sui primi casi di «vite rubate» , tornò a macerarsi. Telefonò al figlio della sua madrina e finalmente ottenne la prima ammissione: sei stata adottata. Dunque il certificato di nascita era falso. La verità completa la seppe dall’unica vicina, oggi 86enne, che abita ancora nel palazzo dove Mabel visse i primi mesi e che vide l’andirivieni di bebè in braccio ai suoi genitori: «C’era un solo programma televisivo proibito in casa — si spiega finalmente— Quien sabe donde» , il Chi l’ha visto spagnolo. Ora Mabel aspetta con impazienza il venerdì, ma non per una trasmissione: è il giorno settimanale della lotteria genetica per i soci di Anadir, uno dei tre gruppi di genitori, fratelli, figli rubati o derubati: arrivano i risultati dell’incrocio dei prelievi di Dna tra vecchi e nuovi iscritti: 1.800 in 3 anni.

I casi di figli e madri, o fratelli, che si sono ritrovati però non arrivano a cinque. Sandra Mateo Valverde, 33 anni, aspetta di conoscere suo fratello maggiore, via laboratorio o via internet: «Le date non tornano, niente torna nei documenti che ho consultato— rovescia sul tavolo un pacco di fotocopie —. Juan Carlos nacque in ospedale, a Madrid, alle 5.30 del 17 maggio 1975, dormì sul petto di mia madre per 6 ore, poi entrò una signora delle pulizie, neanche un’infermiera, disse che il bimbo non stava bene e se lo portò via. Alle 21.30 un medico informò mia madre che era morto, asfissiato dal cordone ombelicale. Sei ore dopo la nascita? E perché viene registrato come un feto, risultato di un aborto spontaneo? E perché non le permisero di vederlo?» .

Le coordinate della sepoltura portano al cimitero dell’Almudena, ma non risolvono i dubbi: il corpicino, se mai c’è stato, è finito poi in un ossario e infine all’inceneritore. «Magari mio fratello è davvero lì, ma a Cadice sono già state aperte alcune tombe e nelle bare sono stati trovati solo involucri di garze e stracci. Io voglio sapere» . Ma soprattutto vorrebbe che il telefono squillasse, uno dei prossimi venerdì.

(9 Settembre 2011)

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